II DOMENICA DI QUARESIMA
(Gn 22,ls.9-13,15-18; Rm 8,31b-34; Mc 9,2-10)
Pietro, Giacomo e Giovanni assistono alla trasfigurazione di Gesù, che preannuncia anche la trasfigurazione nostra nella Gloria. Origene parlò di "polimorfismo" del Verbo, che si presentava alle masse come taumaturgo e oratore, come Maestro ai discepoli ai quali spiegava tutto, e come "luce" del Padre agli apostoli più intimi: Pietro, Giacomo e Giovanni.
- L'incarnazione, la trasfigurazione, la risurrezione, segnano ciascuna una "metamorfosi" di Gesù. Il primo a parlare di metamorfosi fu san Paolo. Nella lettera ai Filippesi affermò che il Verbo, essendo nella "forma di Dio", prese la "forma dell'uomo" (en morfè Theoù; morfèn doùlou labòn). In riferimento all'evento del Tabor, Matteo e Marco usano ambedue il verbo metemorfòthe, tradotto dalla Volgata "transfiguratus est" (Mt 17,2; Mc 9,2). Quell'evento fu una risposta alla dichiarazione di Pietro: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente". Nella risurrezione, il Padre diede anche all'umanità del Figlio quella gloria che egli "aveva presso di lui prima che il mondo fosse".
- L'evento Tabor segnò anche la metamorfosi degli apostoli, che videro "la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità". Allora constatarono coi loro occhi che "chi vede me vede il Padre" (Gv 14,19; 12,45). Allora si realizzò la promessa: "vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell'uomo".
- Ma quell'evento preannunzia anche la metamorfosi di ciascuno di noi, quando - come garantisce san Paolo - "noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2Cor 3,18).
o 1 / L'evento e la parola L'evento del Tabor si comprende alla luce delle affermazioni paoline relative al Cristo, sparse come gemme preziose nelle sue lettere: "in Lui abita corporalmente la pienezza della divinità" (Col 2,9); Egli è "immagine di Dio" (2Cor 4,4), Egli è "immagine del Dio invisibile" (Col 1, 15; Rm 8,29). L'Autore della lettera agli Ebrei dice che Cristo è "irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza" (Eb 1,3). La Chiesa esprime la stessa verità nel "lumen de lumine" del Simbolo della fede. Mosè pregò Dio: "Mostrami la tua gloria". La kavod JHWH- la gloria di JHWH - equivale al Volto di Dio. Vedere il volto di Dio fu il perenne desiderio dei patriarchi e del profeti. Davide poetava: "Di te ha detto il mio cuore: "Cercate il suo volto". "Il tuo volto, Signore, io cerco" (SaI 27,8). "Non nascondermi il tuo volto" (SaI 27,9). Ma nessuno poteva vederlo, poiché "nessun uomo può vedermi e restare vivo" (Es 33,19).
o 2/ Teofanie di Cristo Quando sul Tabor i tre apostoli videro un raggio della gloria di Gesù, caddero per terra. San Giovanni scriverà: "Noi abbiamo visto la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14). Ma tale gloria di Gesù e del Padre non rifulse soltanto sul Tabor: anche operando i miracoli, ad esempio a Cana, Gesù "manifestò la sua gloria" (Gv 2,11). Infatti "Io - disse Gesù - non faccio nulla da me stesso" (Gv 8,28) ma il Figlio fa ciò che fa il Padre. Anche quando parlava, poiché "le parole che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me" (Gv 12,50). In ogni azione, Gesù manifestava la gloria di Dio. Davanti a Dio e davanti agli uomini, cresceva in sofia (sapienza) ed elikìa (statura). Cioè tutta la sua persona era epifania di Dio, esegesi del Padre, icona, "espressione assoluta" di Lui (S. Bonaventura), sempre "pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14), "mite e umile di cuore" (Mt 11,29), obbediente, e insomma perfetto come è perfetto il Padre celeste!
o 3/ Teofania e morte Eppure, questa evidente teofania nella luce del Cristo appare strettamente legata al mistero della passione e morte, richiamato da lui stesso ai tre apostoli quando dice: "mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti". La liturgia odierna fa lo stesso, proponendoci nella prima lettura la storia di Isacco immolato - spiritualmente - a Dio. Ed anche nella lettera ai Romani, Paolo ricorda che Dio "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi".
o 4/ Pietro come Mosè Non può sfuggire la presenza, forse un po' ingombrante, di Pietro sul Tabor, che parla, cade a terra, non sa quel che dice... E tuttavia la sua presenza sul Tabor acquista un significato più profondo se leggiamo attentamente il vangelo di Matteo. In esso Pietro è presentato come Mosé, in una sequenza significativa di episodi: Pietro salvato dalle acque (Mt 14,28-32), Pietro illuminato sulla natura del Figlio (Mt 16,16), Pietro pronosticato Capo del suo popolo (Mt 16,19), Pietro sul Tabor contempla la luce del Figlio (Mt 17, 1-8). Come Mosè, Pietro sarà messo a capo del suo popolo, per guidarlo verso la "terra promessa", ma come Mosè viene prima salvato dalle acque e vede la luce di Dio sul monte. Fu salvato dalle acque a causa della poca fede; diventò clavigero del cielo ("a te darò le chiavi del regno dei cieli") e amministratore del beni del Regno ("tutto ciò che legherai sulla terra...") a causa della "grande professione di fede". E come Mosè incontrava il "Dio della luce" sul monte, così l'evangelista Matteo proseguirà il suo racconto mostrandoci Pietro sul Tabor, illuminato dal fulgore del volto solare di Cristo. È un cammino radioso quello di Pietro e, come quello di Mosé, non privo di difficoltà e di errori.
P.Fiorenzo Mastroianni, O.F.M.Cap.