MERCOLEDÌ DELLE CENERI:
(2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18).
Matteo riporta alcune avvertenze di Gesù circa il modo di fare le buone opere come l'elemosina, la preghiera, il digiuno, in modo da non perdere la ricompensa divina. Dio guarda alle nostre intenzioni!
Il vangelo dell'VIII domenica "per annum" ci ha insegnato se, quando e come digiunare. Il vangelo di oggi ci insegna anche "come" praticare "le buone opere", soprattutto l'elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù approva come "buone" queste pratiche, rivela che c'è per esse una ricompensa divina, e insegna che non basta fare il bene, ma è importante la buona intenzione. Sappiamo, infatti, che è possibile fare un'azione in sé buona, ma con intenzione cattiva, o il contrario.
e 1 / Vanità e ipocrisia Gesù rileva due intenzioni errate: la vanità e l'ipocrisia. La vanità porta a strumentalizzare l'altro, a usarlo per la nostra glorificazione. L'ipocrisia nasconde, sotto l'apparenza del bene, il male che è dentro di noi. L'ipocrisia rende l'uomo inautentico e bugiardo. La vanità, l'ipocrisia e ogni cattiva intenzione rendono non buona o inutile anche un'azione in sé buona. Il fine buono non giustifica i mezzi immorali, ma giustifica e santifica tutti gli altri. Gesù, dunque, ci mette in guardia:
- "Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per
essere da essi ammirati";
- "Quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno
gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini";
- "La tua sinistra non sappia ciò che fa la tua destra". - "Quando pregate,
non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe
e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini";
- "Quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che
si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano".
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2/ Non perdere la ricompensa Gesù avverte che rischiamo di perdere la ricompensa
divina. L'insegnamento di Gesù parte, come sempre, dalla constatazione di
fatti concreti, ma non si limita a criticare e a condannare. Gesù avverte
che non ogni opera buona è meritoria davanti a Dio, ma solo quella fatta con
retta intenzione. L'intenzione è "retta" quando è retto o buono "il motivo
per cui" si agisce. Le intenzioni degli "ipocriti" di cui ha parlato Gesù
sono cattive perché mirano a far considerare buoni i malvagi, essendo in realtà
dei "sepolcri imbiancati". Ma anche se non fossero stati tali, avrebbero perduto
la ricompensa divina, poiché facevano il bene solo per essere visti e lodati
dagli uomini. Pertanto, dice Gesù, "hanno già ricevuto" ciò che si attendevano.
E se non ricevono neanche quella?
Perdono ovviamente tutto, restando solo l'auto-compiacimento! E vero che quasi
sempre le nostre intenzioni sono "molteplici", né sono sempre tutte chiare
ed esplicite. Ad esempio l'intenzione "attuale" o "esplicita" per cui scrivo
è di diffondere il vangelo per obbedire a Cristo, ma insieme c'è anche un'intima
soddisfazione! Le opere buone sono "meritorie" davanti a Dio se, almeno virtualmente,
i motivi sono soprannaturali. E consigliabile però che il cristiano autentico
agisca sempre per motivazioni "soprannaturali" tenute presenti espressamente.
Tali azioni diventano così meritevoli di ricompensa divina. Non sempre gli
uomini ci sono grati per i benefici che ricevono da noi. Gesù ci assicura
invece che "il Padre vede nel segreto e darà la sua ricompensa". Non che noi
possiamo meritare qualcosa davanti a Dio, ma il "patto di alleanza" che Dio
ha stipulato con noi prevede tale ricompensa che sgorga dalla infinita sua
munificenza.
· 3/ L'offerta del perdono Ciò che colpisce nelle prime due letture, è l'offerta di perdono da parte di Dio. Paolo parla come "ambasciatore" di Dio, "come se Dio esortasse per mezzo nostro", egli scrive. Non ci consiglia, ma ci supplica in nome di Cristo: "lasciatevi riconciliare con Dio". Non è possibile che l'atroce passione del Signore venga vanificata. "Dio - scrive Paolo - trattò da peccato in nostro favore colui che non aveva conosciuto peccato, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio". Che cosa vuole Dio da noi? Che diventiamo giusti, anzi "giustizia di Dio". "E poiché noi siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio". Approfittiamo, dunque, del "momento favorevole" offertoci dal Signore, come ci esorta Paolo: "vi esorto a non accogliere invano la grazia di Dio". Quale grazia? la grazia della conversione e della penitenza. Tramite il profeta Gioele, Dio ci urge: "Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti", purché siano pianti sinceri, e non per fare bella mostra di sé. Più che le vesti, Dio desidera che ci laceriamo il cuore. Tramite il profeta, Dio propone la convocazione di un'assemblea al suono della tromba, perché si decida il ritorno a lui. Vuole intorno a sé vecchi, fanciulli e bambini lattanti; vuole che "esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo". Vuole che "tra il vestibolo e l'altare piangano i sacerdoti" e intercedano per il popolo. E il Signore a proporre tutto ciò! L'offeso, colui che ha dato la vita per noi! Davvero Dio appare più interessato di noi alla nostra salvezza!...
P.Fiorenzo Mastroianni, O.F.M.Cap.