IV DOMENICA DI PASQUA

(At 4,8-12; lGv 3,1-2; Gv 10,11-18)

Gesù si presenta come "il Buon Pastore" che dà la vita per le pecorelle, a differenza del mercenario che fugge di fronte al lupo. Ma bisogna che tutte le sue pecore ascoltino la sua voce. "Per questo il Padre mi ama, perché io offro la vita, per poi riprenderla di nuovo".

A Pasqua abbiamo ricordato e rivissuto il mistero della morte e risurrezione di Cristo. Leggendo oggi la parabola del Buon Pastore, comprendiamo il motivo di quell'evento: Cristo muore perché è il vero "agnello" pasquale. Giovanni Battista disse: "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo" (Gv 1,29). Gesù affermò: "Io sono il Buon Pastore, che dà la vita per le sue pecorelle" (Gv 10,11). Agnello o pastore? Vittima o sacerdote? Giovanni, ultimo profeta dell'Antico Testamento, considera Gesù come "agnello".

L'agnello veniva sacrificato dai sacerdoti dell'Antico Patto, come "capro espiatorio" per i peccati del popolo. Dio, attraverso i suoi profeti, fece intendere di non essere soddisfatto dello "scambio": non gradiva più gli agnelli, ma voleva gli uomini e il loro cuore: "Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi" (Is 1,11).

A differenza dei sacerdoti dell'Antico Patto - che offrivano gli animali a Dio - Gesù fu sacerdote e vittima, pastore e agnello: "Io sono il buon pastore, che dà la vita per le sue pecorelle" (Gv 10,11). Offrendo la sua vita per noi, ha dato un esempio da imitare: ciascuno, infatti, deve prendere la sua croce ogni giorno, e sacrificarsi per Dio e per i fratelli.

o 1/ Offro la vita La parabola evangelica del pastore che dà la vita per le pecorelle, e del pastore che non fugge di fronte al lupo, potrebbe suggerire l'idea che Gesù sia morto nella colluttazione contro satana. Ma non è esatto, perché satana non poteva vincere Cristo. Gesù non è morto per questo, ma ha liberamente offerto la sua vita, per poterla riprendere di nuovo e glorificare il Padre con la sua morte e la sua risurrezione. "Io offro la mia vita... nessuno me la può togliere, ma la offro da me stesso" (Gv 10,18). Sull'esempio di Gesù, il cristiano deve lottare contro satana e contro il male; senza imboscarsi, deve affrontarli senza fuggire; proprio come fa il "Buon Pastore"!...

Agnello e pastore come Gesù, il cristiano - senza lasciarsi vincere da satana - pasce e sacrifica se stesso: - Pasce se stesso nei "pascoli erbosi" della grazia, adeguandosi alla divina volontà, poiché - come disse Gesù - "il mio cibo è fare la volontà del Padre" (Gv 4,34).

- Sacrifica se stesso, per completare in sé quanto manca alla passione di Cristo, tramite l'adesione a Cristo sofferente. "Per questo il Padre mi ama - disse Gesù - perché io offro la mia vita" (Gv 10,17). Per questo il vero cristiano è amato da Dio: come Gesù, egli dona la vita, "per poi riprenderla di nuovo" (Gv 10,17). Come Gesù, e come i martiri del passato, non indietreggia di fronte alla morte. L'immagine del pastore che si sacrifica per le sue pecorelle spiega anche il perché dell'offerta della propria vita. Non per spirito di contraddizione o per la voglia matta di combattere, né per la speranza di rinascere in un fantomatico nirvana. Il cristiano soffre e si offre per solo amore: amore della gloria di Dio, amore per la salvezza dei fratelli, amore verso se stesso, perché solo chi muore per amore "produce molto frutto"!

o 2/ Il gregge escatologico Più che "Buon pastore", Gesù definisce se stesso "Bel Pastore" (kalòs). Il bello è lo splendore del bene. Gesù vuol significare che non è un pastore "buono" come eventuali altri. Lui "risplende" fra tutti! La scena del Pastore che guida le sue pecorelle ai pascoli erbosi, le conosce e le chiama per nome, non è "bella" se non in senso escatologico. Infatti, sulla terra, il gregge di Gesù non è costituito solo da pecorelle amanti del Pastore, ma somiglia piuttosto alla rete che accoglie pesci buoni e cattivi, separabili solo alla fine del mondo.

La prima lettera di san Giovanni ci porta col pensiero all'al di là, dove vedremo Dio così come Egli è, in tutta la sua bellezza, e diventeremo simili a lui. Ora, sulla terra, c'è reciproca "ignoranza" tra le pecorelle del Cristo e di satana, dice Giovanni; e tuttavia sono in lotta tra loro: "La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui" (lGv 3,1), perché non appartiene al gregge di Colui che - unico - può far conoscere il Padre. Nella lotta, sembra che il gregge di satana sia più agguerrito di quello di Cristo; sembra che abbia abbattuto persino il Pastore, Cristo. Ma non è così! Pietro - quasi ironicamente - afferma di aver guarito uno storpio nel nome di un "crocifisso": "Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato ad un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a tutti voi e a tutto il popolo d'Israele: nel nome di Gesù Cristo Nazareno, che voi avete crocifisso ma che Dio ha risuscitato" (At 4,8-10).

o 3/ Un solo ovile Infine, la parabola evangelica presenta Gesù-Pastore che leva gli occhi oltre il suo gregge, ed afferma: "Ci sono altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre" (Gv 10,16). Il pensiero corre spontaneo ai pagani e ai miscredenti; ma anche a tutto l'universo, che "attende con impazienza la redenzione di Cristo".

o 4/La porta La similitudine evangelica continua con l'autodefinizione di Gesù come "Porta" anziché come Pastore. Nel gregge si può entrare solo attraverso Gesù. Chiunque altro si è presentato prima di Gesù come Salvatore o Messia è "ladro e bugiardo". Ma ce ne sono anche altri venuti "dopo" di Gesù, fino ad oggi! Gesù è l'unico, il grande, il bello, il buono, il sommo, l'alfa e l'omega, principio e fine, pastore e agnello, Dio e Uomo. "In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (At 4,12).

P.Fiorenzo Mastroianni, O.F.M.Cap.

 

 

 

 

 

 

 

 

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