V DOMENICA DI PASQUA

(At 9,26-31; lGv 3,18-24; Gv 15,1-8)

Gesù è la vite, noi i tralci, il Padre è il vignaiuolo. Solo chi resta unito a Gesù porta frutto, e può chiedere al Padre ciò che vuole. Chi non rimane in lui viene gettato nel fuoco.

o 1 / Innestati Nella liturgia della IV domenica dopo Pasqua, Gesù viene presentato come colui che dà la vita per le sue pecorelle. Viene sottolineato così il rapporto d'infinito amore tra Gesù e i singoli uomini: egli li conosce, li chiama per nome, sa il numero dei capelli del loro capo. La liturgia della V domenica, con la similitudine della vite e dei tralci, rileva un legame ancora maggiore tra Gesù e i suoi fedeli. "Io sono la vite, voi i tralci": come la linfa passa dalla vite ai tralci, così Gesù dà la vita continuamente, e non una volta per tutte. Come ramoscelli, noi siamo innestati in Cristo. Non è una similitudine, ma una divina realtà! "Io sono la vite e voi siete i tralci": un'affermazione apparentemente semplice, ma carica di novità. Se ne cogliamo il significato profondo, comprendiamo perché Dio ci ha dato il comandamento dell'amore. Se Gesù è la vite e noi i tralci, noi siamo in qualche modo una sola cosa con Dio. Una verità sbalorditiva e inaudita: siamo imparentati con Dio. E siamo inoltre una sola cosa tra noi. Non siamo soltanto fratelli in quanto figli di Adamo, ma siamo quasi cellule di uno stesso corpo. Sapevamo che esistono corpi "fisici" e corpi "morali": una pietra è un corpo fisico, un'Associazione è un corpo morale. La Teologia parla di un terzo tipo di corpo, detto "corpo mistico", che supera in dignità e coesione gli altri due. È il mistero nascosto nei secoli e rivelatoci dal Figlio di Dio. Solo il cristianesimo possiede questa dottrina e questa certezza. Il grande miracolo avviene all'atto del battesimo: è allora che veniamo innestati in Cristo.

o 2/ Insecchiti o potati L'unione "mistica", vitale con Cristo dura fino a quando si cade in peccato mortale. Non è infatti possibile trasformare le membra del corpo di Cristo in membra di prostituzione. All'atto del peccato, diveniamo rami secchi, destinati - se mancasse la conversione - ad essere troncati via e gettati nel fuoco. In ogni caso, è sempre il Signore a sostenerci, non solo per esistere e agire, ma anche per trovare la via del ritorno alla vita vera, soprannaturale, della grazia. La volontà di Dio è che noi restiamo uniti vitalmente al suo Figlio prediletto. A noi la decisione di allontanarci o aderire a lui. Se restiamo uniti all'albero, dobbiamo attenderci però che il Vignaiuolo divino ci poti: "Il Padre mio è il vignaiolo" e "ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto". E la potatura procura sempre piccole o grandi sofferenze, necessarie perché la vita sia salvaguardata in noi, cresca e porti i suoi frutti.

o 3/ Due dimore Nella seconda lettura, san Giovanni va oltre, afferma che "chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui" (lGv 3, 18-24). Anche questo non è un modo di dire; né si tratta di una semplice dimora, uno "stare" inerte, ma di una permanenza che comporta una compenetrazione tra Dio e l'uomo. Nell'Apocalisse si dice che il Figlio di Dio viene a dimorare "stabilmente" in noi e a cenare con noi, e noi con lui. La cena è... a base di pesce (ixthus), cioè si mangia letteralmente "Gesù Figlio di Dio Salvatore". I1 Figlio di Dio si fa mangiare per assimilarci a lui. Perciò la sua fervida esortazione: "Rimanete in me e io in voi".

o 4/ I frutti Se rimaniamo in lui, portiamo molto frutto. Lo scopo della vita umana è portare frutti di vita eterna in Cristo. Questa è anche la volontà del Padre: "che portiate molto frutto". Se rimaniamo in lui, sortiamo tre effetti straordinari: noi fruttifichiamo, Dio Padre viene glorificato, noi possiamo chiedere qualunque cosa con la certezza di essere esauditi. Per poi portare molto frutto in Cristo si richiedono almeno quattro cose:

a) credere e amare Cristo;

b) restare in lui.;

c) accettare le "potature" del vignaiolo divino;

d) dissodare il terreno. L'albero infruttifero di cui parla una parabola del vangelo stava per essere abbattuto, poiché, diceva il padrone: "Perché deve sfruttare inutilmente il terreno?" (Lc 13,7).

Il vignaiolo allora supplicò il padrone di pazientare ancora un poco: "Dissoderò il terreno, e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo abbatterai" (Lc 13,8s). Se ci stacchiamo da Gesù, secchiamo, perché senza di lui non possiamo far nulla. Saremmo allora gettati nel fuoco, perché nessun parassita è tollerato nel Corpo mistico di Cristo. Gesù ci rende vivi e fecondi, ma tocca a noi accogliere la sua azione e collaborare con lui.

o 5/ I rami inutili Quali sono i rami inutili in noi? Le vanità, le cattive abitudini, le cattive tendenze accarezzate? Quando Dio "pota" in noi tutto questo, temiamo che voglia abbatterci del tutto. Ma mai come allora egli ci sta paternamente accanto, ci sta ponendo sulla via della verità, della vita, della vera gioia.

o 6/ Potati per il discepolato Nella similitudine evangelica odierna c'è un'altra perla da scoprire. Dice Gesù: il Padre vuole "che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli". C'è uno stretto rapporto tra il portare frutti e il diventare suoi discepoli.

Nella prima lettura, Paolo appare come colui che faceva paura ai primi cristiani, perché non sapevano "fosse diventato un discepolo" (At 9,26.31). Se prima produceva frutti di odio e di sangue, poiché incarcerava cristiani, divenuto discepolo, innestato vitalmente in Cristo, ecco che produce amore, sicurezza, frutti buoni anziché cattivi!

P.Fiorenzo Mastroianni, O.F.M.Cap.

 

 

 

 

 

 

 

 

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